Io,
se mi guardi da vicino,
da molto vicino,
ma anche se mi guardi distratto,
da lontano,
come oggi al supermercato,
che avevo una striscia nera a tagliarmi la guancia,
una lacrima secca, un solco,
niente di cui mi fossi accorta,
io, se mi guardi,
"si vede", "lo capiscono",
a volte
sono una persona
triste.
Io,
se mi guardi da vicino,
sai che non resisto quando vedo un cane per strada,
gli rubo un tocco sul dorso morbido, di nascosto, come oggi,
io che tengo gli occhi per terra o sopra i tetti,
che ho un abito nuovo, rosso, un colore che non so portare eppure.
Io che cammino,
accarezzo col pensiero
perlopiù,
io che sono in prestito,
ma vorrei restare a lungo,
io, a guardarmi meglio,
devo dimenticarmi,
(io che respiro e sorrido)
e sdraiarmi, come so fare,
anche se mi pare di non esser comoda,
nell'impronta
di qualche forma
strana
o
piccola
di
magnifica
felicità.
Available in blue
mercoledì 15 maggio 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Consegne
Oggi parlavamo del freddo, dell'inverno lungo: in questi giorni fortunati, i nostri, abbiamo tutto il necessario per stare al caldo, ma ricordo... Lei, saltellando da un tempo all'altro, con l'urgenza di parlare, di dire, di avere le mie orecchie tutte per sé, mi consegna l'immagine del nonno da giovane, guardia carceraria dalla sensibilità generosissima e cuore senza sbarre: per ripararsi dal gelo notturno, Guido si fasciava il petto con la carta di giornale, sotto il cappotto. E succede che per un attimo, il freddo del nonno, acuto da togliere il respiro forse, che mai ho conosciuto sulla pelle o nelle ossa, cresciute di benessere, è diventato, tra i pensieri e le parole, un po' anche il mio.
lunedì 18 febbraio 2013
(anche se non siamo pesci)
Niente mi sembra mai abbastanza, quando non so parlare davanti al gesto di fiducia, di confidenza delle lacrime altrui. Niente, se non che vorrei farmi a metà e poi ancora a metà e poi ancora metà. Torno a casa, cucino il mio cibo, allungo la ciotola al gatto. Mi ringrazia con virgole sinuose tra le gambe. Perché gesti che si ripetono sempre uguali e spesso ho la sfacciataggine di sentire vuoti e ripiegati, solitari, su se stessi, a volte sanno di indicibile generosità per il solo fatto di farmi esistere, pensare e esserci anche domani?
I pesi si ridistribuiscono.
Sott'acqua, s'impara a respirare.
I pesi si ridistribuiscono.
Sott'acqua, s'impara a respirare.
venerdì 28 dicembre 2012
Vorrei chiedervi
Vorrei chiedervi se i desideri detti ad alta voce perdono la forza del loro realizzarsi. Io non lo so, non mi stupirei se fosse vero, però ho deciso che forse posso scriverli, così si confondono un po’ tra una pagina e l’altra, si dimenticano di loro stessi (io non potrei di loro), e va a finire che si trasformano in cose mie, in tempo che posso toccare. Io auguro a me, ma anche a voi se vi va di prendere un po' di questo desiderio, di viaggiare, ma viaggiare davvero, mappe alla mano, e di avere accanto dei compagni in questo andare; partire per inventare giorni nuovi su strade nuove e pensieri da percorrere con scarpe comode, di quelle adatte a sentieri che conducono verso magnifiche vedute; avere anche le valigie del ritorno da disfare, ma mai riposte nello scaffale troppo in alto. Sotto il letto, magari. Rischiando di trovarci un gatto che sonnecchia beatamente dentro.
Io mi auguro così.
In parole povere:
abbasso i buoni propositi,
ma non c'è da esser tristi,
è tempo di andare
martedì 11 dicembre 2012
una lettera
Caro amico,
se tu sapessi come mi tremano i pensieri mentre lo scrivo. Mi pare di bucare il foglio e invece buco solo questo brandello di cuore. Cosa si dice ad un amico che non si saluta da molto? Cosa si chiede, dietro il velo del pudore, della riservatezza necessaria, del silenzio forte come roccia che non è dimenticanza ma sopravvivenza? Non posso farmi aiutare da questo brandello di cuore, amico caro, non posso. Forse non posso neanche domandare, ma attendere, senza insinuare o immaginare. Una parola avvinta all'altra come nodi in una fune. Sperare nella salvezza della fune o magari lasciarmi dondolare. Sono abbastanza saggio, o abbastanza incosciente, da poterlo fare.
Ho parlato sottovoce, mi hai saputo ascoltare, talvolta tradurre con parole a me sconosciute. Hai saputo restituirmi i colori che non avevo, in un'amalgama che ci ha sorpreso perché ti sei dipinto di me a tua volta. Lascia che ti dica, amico, quanto ho camminato in questo tempo, ho camminato e atteso che la vita si compisse. La vita, che parola. Io che sono un incapace della felicità, io che sono uno spettatore, un pavido che desidera il fuoco, che davanti alle vetrine sfavillanti osserva, disegnando aloni di vapor acqueo e di desiderio. Che respira sulle soglie e bussa troppo piano per poter entrare. Che dice "ti amo" e ti ha già perso. Che pensa che un cazzo sia molto simile ad un cuore, che assurdità, e si può amarli con la stessa intensità, che assurdità deliziosa.
Amico mio, lontanissimo. Non devo più chiedermi "dove t'ho perduto?", con l'ostinazione di chi vorrebbe fermare tutto. Non vorrei neppure avere l'ostinazione di chiamarti "amico", ma il tuo nome inciampa sulla mia lingua e non riesco a dirlo né tanto meno a scriverlo, non ancora. Lo scrivevo per me, a margine dei libri, sul biglietto del tram. Ad uso e consumo dei miei occhi. E poi l'ho dimenticato, l'ho messo a riposare sul cuscino dei pensieri più profondi, quelli che ci svegliano di notte e si mascherano di innocenza di giorno.
Amico, se potessi ti porterei di fronte al mare. Lascerei che fosse lui a prendere la tua voce col fragore delle onde. Stamattina il vento voleva portarmi via, sai? Quello che ci teneva saldati insieme con braccia forti, che mai ci avrebbe trascinato dove non avremmo voluto. "Che scherzi pure con i nostri capelli... finché ne abbiamo!", dicevi. Glielo avrei concesso, di portarmi via, ma non perché non m'importi abbastanza di me: perché desidero andare finalmente, senza sapere di dover tornare. Ma se devo andare, desidero sapere che queste parole se ne sono state un po' raccolte nella conchiglia accogliente delle tue orecchie. Se devo andare, desidero per poco più di un attimo appartenere alle tue, io che non so ancora come si saluta un amico lontano che non si sente da molto.
L.
Amico, se potessi ti porterei di fronte al mare. Lascerei che fosse lui a prendere la tua voce col fragore delle onde. Stamattina il vento voleva portarmi via, sai? Quello che ci teneva saldati insieme con braccia forti, che mai ci avrebbe trascinato dove non avremmo voluto. "Che scherzi pure con i nostri capelli... finché ne abbiamo!", dicevi. Glielo avrei concesso, di portarmi via, ma non perché non m'importi abbastanza di me: perché desidero andare finalmente, senza sapere di dover tornare. Ma se devo andare, desidero sapere che queste parole se ne sono state un po' raccolte nella conchiglia accogliente delle tue orecchie. Se devo andare, desidero per poco più di un attimo appartenere alle tue, io che non so ancora come si saluta un amico lontano che non si sente da molto.
L.
In parole povere:
cancellino
domenica 2 dicembre 2012
soliloquio di un ombrello
Voi pensate che sia un mestiere facile il mio, che mi trastulli a zonzo per la città, che la mia breve vita valga due soldi e molto spesso anche meno. Provateci voi a riparare le teste, a riparare i cuori, contro il vento sferzante che sfida la forza delle mie fragili braccia, a sostenere lo sguardo e le espressioni, le esternazioni del cielo plumbeo. Provateci voi a proteggere le parole o silenzi o i pensieri che salgono dalle teste, ad ascoltare telefonate, compiti, liste della spesa, “dove è finita la nostra felicità”, “dove ho parcheggiato la macchina”, di mano in mano, di strada in strada. Provateci voi a vivere appena sopra la vita vera, a prendere di questa l’umida essenza, senza poter dire, senza poter evitare di raccoglierne il peso sopra e, talvolta, il peso sotto. Ad essere scossi energicamente per non contaminare il calore o l’asciutto dei luoghi riparati, di cui non si è degni sino a che non si è sciolta l’ultima lacrima. Ad essere dimenticati anche, senza sapere dove si andrà né con chi. Provateci.
Bisogna amare l’umanità.
In parole povere:
cancellino,
se fossi
martedì 20 novembre 2012
rovesci
Nel cielo rovesciato sulla strada,
le suole intinte in questo latte di nuvole chiare,
come fossero d'aria, come fossero nebbia,
cammino. E non c'è alcun rumore
sul tappeto di foglie che mi copre il cuore.
le suole intinte in questo latte di nuvole chiare,
come fossero d'aria, come fossero nebbia,
cammino. E non c'è alcun rumore
sul tappeto di foglie che mi copre il cuore.
In parole povere:
ma non c'è da esser tristi,
sillabe fatte di niente
domenica 22 luglio 2012
una tettoia o un bacio (non so)
Adesso
che siamo fatti di pioggia,
di passi e saltelli al ritmo di gocce,
io vengo a ripararmi sotto il tuo ruvido mento
e poi
coi capelli ti asciugo.
che siamo fatti di pioggia,
di passi e saltelli al ritmo di gocce,
io vengo a ripararmi sotto il tuo ruvido mento
e poi
coi capelli ti asciugo.
In parole povere:
cancellino,
sillabe fatte di niente
martedì 19 giugno 2012
un posto del cuore (ispirato dalla Mitia)
Ho scoperto di recente uno dei luoghi che più mi sta a cuore in questa mia città, che tanto facilmente mi fa disinnamorare di sé (ma non le do le tutte le colpe), ed un parco in cima ad una collina, appena dietro casa. La visuale, quando si entra e si percorre lo stradello di ghiaia in salita, si divide: se ti affacci da un lato, ti si offre la vista dei tetti, integri e sfondati, della sua parte antica, le cupole delle chiese, i palazzi che declinano verso il porto operoso; l'occhio è attratto dalle navi che entrano ed escono, dai metalli delle gru, dalla regolarità delle luci lungo la costa, dai blocchi bianchi delle banchine; l'orecchio si abitua al rumore sordo del lavorìo continuo che ti fa percepire la pancia acquatica della città.
Poi, se volti le spalle e sali ancora, ecco che, sul versante opposto, si apre la distesa del mare aperto, l'incontro perfetto tra i blu di onde e cielo e il verde a picco della collina; poco sotto, l'anfiteatro romano, con le sue solitarie pietre che nessuno ascolta, si affaccia anche lui sul lato selvaggio, con antica fierezza. Quando vado con mia mamma (da piccola giocava non lontano da qui), ed il cane Eva a passeggiare e ci fermiamo a guardare, lei mi dice "che inquietudine questo mare che non sai dove finisce". Io guardo le navi che prendono il largo nel silenzio ventoso, diventano macchie e poi puntini accompagnati dall'occhio invisibile, ma rassicurante, del faro sopra le nostre teste, e penso di no.
(la Mitia la leggete qui)
(la Mitia la leggete qui)
sabato 16 giugno 2012
un tavolo
C'è una cosa per cui sto recuperando una mancanza del passato (anche se ho imparato che ci sono forme di passato assai più prossime nel tempo, a cui poter attingere, che remote e inespugnabili) ed è il piacere di condividere il fare in cucina: il ritrovarmi attorno ad un tavolo insieme agli amici lontani, ciascuno con la propria mansione, più o meno (ma non credo sia importante), guidati dalla fantasia e dai gesti esperti di chi ci accoglie. Ho scoperto il gusto di tritare, tagliare, mescolare, dare forma, osservare, fermarsi ad odorare l'aria e le mani, quando sanno di zenzero, erbe aromatiche, frutta secca, vaniglia, spezie, agrumi; assaggiare le pietanze via via che i sapori prendono definizione ma ancor più alla fine, perché capita che si reinventino un po': "E una spolverata di mandorle tritate, come ci starebbe? E se aggiungessimo un cipollotto fresco?". Il tavolo della cucina diventa un'isola verso cui ognuno si muove e in cui si va in esplorazione, a cui ciascuno approda. C'è anche chi vi naviga attorno con circospetta curiosità, credo nessuno se ne tenga a distanza: è un cuore troppo vivo e profumato, tentatore, una felice confusione di ingredienti, strumenti, voci, in cui le chiacchiere e le risate si alternano al silenzio, che sia di concentrazione, di riposo, di semplice star bene così. Una partitura tra le cui righe ci si sente a proprio agio, sorprendentemente intonati.
Ho imparato anche che, nella condivisione, la cucina non ammette timidezza, semmai la trasforma. Che è un piacere straordinario, eppure semplice, lasciar raccontare ai palati altrui una piccola parte di quello che si è o, se si ha questa fortuna, di quello che si è insieme.
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