E' scuro fuori, anche freddo, penso. Forse piove, perché il vetro, poco a poco, sembra superficie che si increspa. Distendo la testa, imbozzolata nella mia sciarpa, mi lascio riscaldare dal tepore inaspettato di questo vagone silenzioso, mi sveglia solo il bagliore freddo di un monitor, se avvicino la fronte stanca (e felice) al finestrino. Vibra piano il treno, vibrano piano i tasti, socchiudo gli occhi, la luce bassa accompagna le palpebre e mi lascia godere di quel che la mente ha trattenuto per me. Lei si è presa voce, corpo, odore, parole, sapore. Probabilmente sorrido inconsapevole. Potrei viaggiare ancora per molto.
E poi giro la testa dall'altro lato, riapro pigramente gli occhi e li vedo, lui le scosta i capelli dalla fronte, le parla scandendo bene ogni parola, molto vicino all'orecchio, sento appena quel che dice "sì, eravamo in ritardo, ma ora non più..." e le spiega che presto arriveremo qui e poi qui e poi le stringe le dita della mano sinistra, molto più piccola della sua, le pizzica lieve il palmo con l'indice, e la guarda con l'intensità di chi pronuncia una dichiarazione d'amore. Parlando del ritardo di un treno. Alla propria figlia.
Ed io, nel grembo caldo del vagone che sferraglia e ti sussurra, penso che così vorrei viaggiare ancora a lungo.